Attraversare il ponte del Northern Dock quella sera d’ottobre, con il vento freddo che soffiava sui radi capelli e la giacca aperta, sembrava quasi un momento fuori dal tempo. Un momento in cui i pensieri, pesanti e silenziosi, si facevano strada senza chiedere permesso. Quella brezza fresca sembrava voler portare via un po’ del carico invisibile che porto ogni giorno, ma che sento sempre lì, saldo sulle spalle.
Essere medico non è mai stato solo una professione per me. È una vocazione, un impegno che ho scelto consapevolmente, ma che non smette mai di mettermi alla prova. Ogni giorno incontro persone con storie, dolori e speranze che si intrecciano con le mie. Ogni giorno mi confronto con me stesso, con i miei limiti, con le mie paure. E ogni giorno mi chiedo se sto facendo abbastanza, se sto facendo bene.
L’università mi ha dato strumenti, nozioni, protocolli. Mi ha insegnato a riconoscere malattie, a diagnosticare e curare. Ma non mi ha preparato a tutto il resto. Non mi ha insegnato a guardare negli occhi qualcuno che sta perdendo la speranza e a trovare le parole giuste. Non mi ha mostrato come affrontare il senso di colpa quando un intervento non va come previsto. Non mi ha spiegato come fare i conti con la morte che, anche se non è mai la mia, lascia comunque un segno profondo.
Quella sera sul ponte, riflettevo su tutto questo. Mi chiedevo se stessi percorrendo la strada giusta, se fosse normale sentire quel peso così forte e costante. Eppure, in fondo al cuore, sapevo già la risposta. Sapevo che non potevo fare altro che continuare a camminare, cercando di alleggerire quel fardello come potevo: con l’empatia, con l’ascolto, con la determinazione di fare del mio meglio ogni giorno.
Poi è arrivata la pandemia. È arrivata come una tempesta improvvisa e devastante, cambiando tutto. Non c’è stato tempo per pensare, per prepararsi. Ho agito d’istinto, come tanti altri colleghi. Mi sono messo a disposizione senza esitazioni, senza preoccuparmi troppo delle conseguenze. Non perché fossi incosciente, ma perché sentivo che era mio dovere farlo.
Eppure, quel periodo ha lasciato ferite profonde. Non sono morto fisicamente, ma dentro di me qualcosa si è spezzato. La depressione è arrivata silenziosa, come un’ombra che si allunga sempre di più. Ho imparato a riconoscerla e ad affrontarla, come affronto tutto il resto: con determinazione e con l’aiuto di chi sa ascoltare.
Oggi penso spesso a quella sera sul Northern Dock. Penso a quanto fossi inconsapevole di ciò che stava per accadere e a quanto quel momento di introspezione mi abbia aiutato a prepararmi, almeno in parte. La pandemia mi ha cambiato, questo è certo. Mi ha reso più consapevole della fragilità umana, ma anche della forza che possiamo trovare dentro di noi quando tutto sembra crollare.
Forse non sarò mai del tutto libero da quel “peso”. Ma ora so che posso portarlo a modo mio. So che posso essere un medico imperfetto ma presente, un uomo fragile ma determinato. E questo, forse, è già abbastanza.