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Addio Carmela

Carmela si è spenta a mezzogiorno di una radiosa giornata di Luglio. Da quattro anni combatteva con Dino, il padre, e la madre per mantenere il suo posto in questo mondo. Sorrideva ancora fino a quattro giorni fa, quando sono riuscito a strapparle l’ultimo sorriso, anche se ormai spento. Una ragazza solare si è spenta giovane per un male incurabile. Perché lei? Non ci sarà mai una risposta a questa domanda. La sua presenza percorre ancora la casa piena di ricordi. Il pianto non dà conforto e le parole di consolazione sembrano così vuote. Alla morte non ci si abitua mai e non ci si deve abituare: la si deve combattere anche quando sembra ineluttabile. Carmela ha sempre combattuto. È spirata con la stretta di mano di Dino. Non soffre più ma ha trasferito quel grande dolore. Genitori forti, dall’incondizionato sostegno in quattro anni di sofferenza. L’amputazione della gamba non è servita alla guarigione, anzi ne ha accentuato la sofferenza e la dipendenza. Ma non ha scalfito speranza e dignità. È spirata senza sofferenza, delicatamente e senza rumore. “Carmela ci ha lasciato” in un SMS che mi ha raggiunto dopo solo trenta minuti dalla dipartita: un segno di affetto nei miei confronti. E più tardi un abbraccio di Dino, con le sue lacrime sulla mia spalla, da genitore e genitore. Come l’ho sentito così vicino, nonostante ci conoscessimo forse da solo un mese. Un legame di padre con padre e con il medico che così poco ha potuto fare se non cercare di alleviare le sofferenze con una presenza costante e una vicinanza emotiva. Dino e la mamma sono persone vere e speciali, hanno dato tutto: amore, speranza e allegria in questi anni. Tanto sostegno e cura dei particolari: quella camera ricavata nel tinello, attaccata alla cucina. Quel mettere al centro anche fisicamente un amore iniziato col primo vagito di Carmela. Non so bene chi fosse, ma lei mi ha subito conquistato con il suo sorriso e con la sua voglia di vivere. Ha voluto essere trasferita in un hospice per essere curata al meglio e con la sua promessa di tornare a casa. Ma forse già sapeva che non sarebbe più tornata: forse ha voluto solo allontanare il peso della sua cura da due genitori meravigliosi, affettuosi, discreti e positivi, almeno davanti a lei. Avevo già visto piangere Dino denunciando la sua impotenza e accettando la mia impotenza. Ancora una volta ho lasciato un mio paziente cercando di sostenerne il cammino verso l’ineluttabile, senza che dovesse soffrire delle complicazioni. Un aiuto offerto con semplicità, con la mia presenza, con la mia professionalità, con il mio sostegno psicologico e tanti sorrisi. È morta dignitosamente e amata, come dovrebbero morire tutti. La morte è arrivata, la più forte è lei e quando “falcia” non sbaglia un colpo, ma questa volta non ha trovato impreparazione. Ha trovato tanto amore. Questo aiuterà i genitori assieme al tempo e ai bei ricordi, quelli che sopravvivono al dolore. Su quella tomba ci sarà sempre un piccolo fiore e una breve ma sentita preghiera. Questa morte aiuterà a far crescere anche me che l’ho appena sfiorata. Grandi Dino e la mamma, un esempio anche per me.